Distruggere per creare – Giampaolo Manega

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Chi è Giampaolo Manega?
Giampaolo Manega è scultore, pittore, come dice di sè: “Artista per vocazione, autodidatta da sempre, conscio di produrre “cose inutili” : quando vedo un piccolo uccello che si posa su una mia scultura godo al pensiero che questa, in quel momento, serva a qualcosa”.
Noi aggiungiamo: assemblatore di materiali da recupero per dare loro una nuova vita. E’ come se cercasse di capire l’anima delle cose per rimodellarle ed aggregarle assieme ad altri materiali in nuove composizioni.
Artista sulla carta d’identità e nella vita, avrete tutti ammirato le sue sculture all’edizione 2011 di Questa Non E’ Arte.
Siamo andati a trovarlo nella sua casa-museo a S. Stefano di Zimella (VR).

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Il mio percorso artistico inizia alle medie”, ci racconta “è stato per me molto importante avere bravi insegnanti, grazie ai quali mi sono approcciato alle diverse forme artistiche. Reputo molto importante il ruolo degli educatori, mi hanno seguito e mi hanno dato gli input giusti. Sono partito quindi da qui, avrei voluto fare un percorso artistico invece ho dovuto fare un istituto tecnico per geometri perché alla fine bisogna guadagnare, ma ciò non ha mai fermato la mia passione per il fare. Mi trovavo a dipingere i miei quadri di notte o dopo 12-13 ore di lavoro [era imprenditore edile, ndr], il mio percorso artistico mi ha portato prima al disegno e poi ad una tecnica personale che prevedeva tanti piccoli triangoli vicini che davano struttura ai miei personaggi e ai miei paesaggi. Poi la scultura: ammiravo la possibilità di dare delle forme agli oggetti. Lavorando in una dimensione tridimensionale che può essere apprezzata da tutti, anche dai non vedenti, puoi trasmettere infatti altre sensazioni rispetto alla pittura. Mi sono così messo a realizzare sculture e alcuni mi dicevano che forse le sculture mi venivano meglio dei quadri. Ovviamente la mia era un’esigenza personale e ho iniziato cercando di formare un blocco di basalto. Era durissimo! Così’ ho pensato di utilizzare altri materiali come il legno, il ferro..cerchi di far combaciare diverse forme. Come con le note, che mettendole insieme, ti permettono di realizzare una melodia.

Cosa ci trovi nei materiali di recupero che usi?
Innanzitutto io raccolgo. Vado nei centri di raccolta di ferro vecchio, nelle discariche, magari anche a casa di amici. Non uso materiali nobili per una motivazione economica, non posso permettermi di usare materiali come il bronzo perché per me è anche un limite: come faccio ad aspettare di mettere da parte i soldi necessari  ad acquistare questi materiali? Magari per le sculture piccole posso usare la pietra.. cerco in ogni caso di usare qualsiasi materiale. Sono attratto dai materiali di recupero, da quello che scartano altre persone. Lo scarto è insito nella nostra società, il concetto di eliminare, io cerco di dare nuova vita.

Come nasce questa tua passione? E, più in generale, come nasce questa passione e come si fa a scoprirla?
Secondo me la passione è sofferenza. Devi soffrire per avere dei risultati. Per ottenere qualcosa di diverso, creare un qualcosa di nuovo, avere un buon risultato, devi soffrire, sacrificare il tuo tempo, impiegare le giornate ed il tuo tempo libero. Gli altri cercano la comodità, un film o un bicchiere al bar ed è sicuramente una scelta meno complicata rispetto a chi invece coltiva una passione.
Il fatto dell’essere artista per me è insito nella natura di una persona. E’ un’esigenza, un istinto. Ispirandomi e prendendo spunto dalla natura come faccio per le mie opere, mi sento molto vicino alle api, che attraverso un lavoro di squadra riescono a costruire delle case dalla forma perfetta e ti domandi “ma come fanno?”.
Io mi sento molto simile alle api. In parte c’è la spinta che puoi avere dai genitori, dagli educatori, dalle esperienze ma credo che una buona parte dipenda anche dalla propria curiosità, dalla sensibilità verso le cose e dallo studio. Non credo esista il genio. Credo ci siano persone che si sono fatte il mazzo per fare le cose, che hanno studiato e si sono messe in gioco. Io non ho studiato, ma quando ho voluto scolpire per la prima volta dei corpi umani, ho studiato anatomia, prospettiva. E sono cose che impari con il tempo, non esiste la genialità.

Cosa ti ha spinto a fare l’artista?
Per me è un’esigenza insita nella mia persona. Mi considero come la continuità di un’eredità italiana di scultori e pittori. Secondo me c’era un passato in cui eravamo tutti artisti, ora le strade che si sono prese sono molto diverse. E in un’epoca basata sul consumismo, a volte mi domando perché faccio questo, senza voler guadagnarci o volere una valutazione economica per i miei lavori. Che senso ha?

Perché dici di “produrre cose inutili” come scrivi nel tuo sito?
L’arte produce cose inutili. Chi ha inventato la zappa o la forchetta ha realizzato cose utili. Parlo di utilità pubblica. Poi se un uccello si posa sopra ad una mia scultura, allora penso sia utile! Uno dei compiti principali dell’artista è la provocazione, provocare azioni, pensieri, creare contraddizioni.

Perché ti sei ritirato in solitudine nel tuo laboratorio?
Qui a S. Stefano di Zimella non ci sono grandi organizzazioni che ti aiutano. Nel mio piccolo ho fatto mostre, mi danno soddisfazioni ma è un’auto-organizzazione. Ho provato ad interessarmi all’utilizzo di capannoni o strutture in disuso, ma senza contare il fatto che a volte devi pagare, da privato, senza un’associazione che ti supporta è praticamente impossibile. Inoltre, sto lavorando per poi esporre qualcosa di nuovo, cerco di alzare il livello dei miei lavori, di avere continue evoluzioni, non mi va di fare solo mostre senza poi avere il tempo di lavorare su me stesso per migliorare ed imparare cose nuove.

Come hai deciso di “mollare tutto e fare l’artista”?
Quando ho capito che il mio lavoro era fermo ho pensato di approfittarne e di dedicarmi alla mia passione. E mi sono dedicato anima e corpo a me stesso e a quello che potevo fare, rendendomi conto che mi considero quasi un’anomalia. La gente mi evita, forse ha paura della diversità, della novità, di un contagio. Ci sono frecce continue, magari chiedono a mio figlio che lavoro faccio e io gli dico di rispondere che sono un artista. Ho anche paura di finire in un lager, com’è già successo durante il fascismo. Forse dovrei pagare qualcosa, mi sento così fortunato di poter fare quello che faccio, secondo i miei tempi e le mie ispirazioni!

Cosa pensi degli artisti contemporanei? Ti piace qualcuno in particolare?
Io non credo ci sia il “mi piace” o il “non mi piace”. Quando qualcosa c’è, forse a qualcosa serve. Non credo che l’esclusione sia costruttiva. Io valuto e poi mi faccio un’idea, cerco di capire e di prendere ispirazione. Tempo fa valutavo le cose in modo diverso, pensando al fermento di Parigi, lo scambio che c’era tra gli artisti.. era una situazione eccezionale. E’ facile dire “una volta era diverso”, poi tutte le cose cambiano. Credo però ci sia un ciclo che comunque le fa ripetere. Erano tutti senza soldi e pensavano a fare arte scambiandosi le idee seduti ad un bar. Oggi la gente non ha tempo. Ma magari in un futuro si potrebbe tornare a quella situazione!

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“Questa è una mia opera nata da riviste che avevo a casa. Avevo una serie di riviste e le tenevo lì, per quando avevo tempo. Guardando le copertine mi sono accorto come alcuni fatti, anche se dell’anno prima si ripetevano. Ho voluto metterle insieme. E questo è il risultato”.

“Per me una scultura è come esser madre: la vedo come mia figlia”.

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Sito web Giampaolo Manega

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