L'arte di chi sa reinventarsi sempre – Alessandro Rimassa

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Alessandro Rimassa, milanese, 36 anni, protagonista dell’ultima serata di Story Corner di Thiene.
Chi è, vi chiederete. Assieme ad Antonio Incorvaia ha scritto “Generazione Mille Euro” che in poco tempo è diventato un caso letterario, seguito da “Berlino sono io” ed ora, oltre ad essere giornalista e a condurre un programma su La3 dove presenta casi imprenditoriali di successo di giovani under 35, è direttore del centro ricerche dello IED di Milano. No, non ha un contratto a tempo indeterminato nemmeno lui. Ma pensa possa essere un’opportunità. Ogni scelta, ogni sconfitta, ogni cambiamento può rappresentare un’opportunità se sfruttata nel giusto modo e con il giusto approccio.
[Un grazie a Enrico Tagliapietra e Alessia Zenere che hanno contribuito all’intervista]

1. Hai parlato di idee e di spirito d’iniziativa. Ho frequentato un Master in Innovazione d’impresa dove ho imparato tecniche di project management e business plan ma, per come la pensi tu, quanto conta il saper analizzare prima e quanto l’istinto?
Il Project Management, secondo me, conta tutto. Nel senso che l’istinto, l’idea, l’intuizione sono fondamentali, tutte le grandi imprese vengono da un’intuizione. Sapere cogliere un’idea, averla o prenderla da un passaggio, è nell’aria, la fai tua e la trasformi. Quella è l’intuizione. Poi, affinché questa diventi visione, per la quale è necessario porsi degli obiettivi e realizzarli mettendo in pratica piani e strategie, il project management è essenziale. In Italia abbiamo pochissima cultura del Project Management ed infatti, nella politica dove non c’è totalmente, anche quando si ha una visione non si trasforma in qualcosa di concreto.

2. La condivisione, i social network sono un’opportunità. Almeno per te è stato così. Online ci sono migliaia di blog e blogger. Come riuscire ad emergere in mezzo alla folla?
Non ne ho la minima idea. Forse uscendo dall’online e calandosi sulla terraferma. Nel senso che tutto ciò che avviene in rete ha successo se ha una ricaduta reale e si collega con le persone attraverso un contatto reale. Io credo che il virtuale e il reale non siano due cose scollegate ma che il virtuale sia una parte del reale. Ma se rimane chiuso, si blocca. Quindi come emergere? Sicuramente attraverso un blog concentrato sulla verticalità i cui contenuti vengono poi trasportati dall’on-line all’ off-line. Se non hai una ricaduta sulla terra, non avrai mai successo in rete.
Con il libro “Generazione Mille Euro” è stato abbastanza facile, era il primo caso di download libero di un libro, avevamo anche realizzato un vademecum per poter stamparlo in ufficio senza farti scoprire dal tuo capo, quindi è stato diverso.

3. L’innovazione a 25 anni. E’ un bel sogno americano. Soprattutto perché negli Stati Uniti  c’è un sistema che ti permette di farlo. In Italia, cosa potrebbe fare una persona che ha un’idea, un sogno da realizzare?
Provare a realizzarlo. Le condizioni in Italia sono molto complesse. L’impresa costa un sacco di soldi, la burocrazia ti uccide, c’è un conservatorismo estremo in tutto. Il consiglio è comunque quello di agire. Se io avessi scritto “Generazione Mille Dollari” invece di “Generazione Mille Euro”, nel senso, se io avessi scritto il libro in America, probabilmente, ma anzi sicuramente, tre mesi dopo sarei diventato uno dei columnist del New York Times, invece non mi risulta di scrivere gli editoriali del Corriere della Sera o di Repubblica. Sono finito nella prima pagina dell’International Herald Tribune che è il quotidiano più importante al mondo considerato da tutti tale e il giorno dopo ero a pag. 20 del Corriere della Sera e pag. 38 di Repubblica, quando dovrebbe essere in sovra-copertina dopo l’articolo sull’International Herald Tribune. Quindi l’Italia è così, ha dodicimila difficoltà, non c’è una scorciatoia, bisogna insistere. Non c’è nessun buon suggerimento se non agire ed insistere. Vogliamo cambiare il sistema? Agiamo, insistiamo, cerchiamo di prendere dei posti di potere e di responsabilità per riuscire a modificare davvero le condizioni di contorno per far sì che, esattamente come avviene in America, il “fare impresa” possa poi succedere anche in Italia. Oggi non c’è un’altra via, un consiglio buono. Non esiste. Poi ovviamente informarsi. Perché se uno dice “Ho un’idea ma non ho i soldi”, ci sono motlissimi concorsi dove portare le proprie idee per avere dei soldi da venture capitalist o business angels. Non c’è nulla di organizzato e di lineare. Siamo una catena montuosa, devi andare su scalare, scendere, stare attento se c’è un crepaccio nei ghiacciai. Sarebbe bello essere su una pianura di cui conosci tutto. Ma non è così, facciamocene una ragione.

4. Credo che l’individualismo sia la piaga dei nostri tempi, come anche tu dicevi prima. Ma come sviluppare quest’azione comune e generalizzata? La cultura per promuovere un nuovo pensiero?
Secondo me la situazione sta cambiando. Dobbiamo continuare ad agire dal punto di vista culturale, non solo a livello collettivo ma soprattutto dal punto di vista del singolo. L’etica e la cultura non sono una cosa astratta sono rappresentate dal nostro comportamento quotidiano, dalla capacità di passare dei messaggi, dai suggerimenti che possiamo dare agli altri. Ad esempio consigliare di leggere un libro, cercare una cosa in rete, guardare un film. Può fare del bene all’altra persona, può fare un upgrade e l’azione per la società è aver sentito una cosa e trasmetterla ad un altro. Alcuni individui sono generatori di idee, altri sono portatori di idee. Non conta l’uno più dell’altro perché un generatore di idee senza un portatore di idee a cosa serve? Entrambi hanno lo stesso valore. Anche lì è un’azione. Credo che abbiamo passato troppo tempo a lamentarci.. che noia! Agiamo e proviamo a cambiare, non funzionerà, va beh, non lo so.

5. Come far capire alle giovani generazioni e a volte anche ai tuoi coetanei, abituati al consumismo sfrenato, al telefonino di ultima generazione e a tutto di marca, che il futuro è sostenibilità e senso civico?
Con la cultura. Io credo che comunque questo comportamento si stia diffondendo. Il downshifting non è più solo teorizzata da alcuni ma sono comportamenti diffusi. Io a Milano vedo sempre più persone, anche improbabili, dalle quali non me l’aspetto, che dicono “Ma, non ricompro la macchina nuova, metto in vendita la mia macchina” “E come vai in giro?“Ma, motorino o mezzi pubblici, ho fatto l’abbonamento al car sharing..” Un po’ si parte da un’idea economica: credo di avere meno soldi oppure ho meno soldi e cerco di spenderne di meno, un po’ si sta iniziando a capire che il troppo non ci serve. Ci siamo auto indotti una serie di bisogni negli ultimi trent’anni per soddisfare i quali siamo costretti a lavorare di più, per inseguire quel soldo che ci permette di comprare una roba..e  adesso che quel soldo facciamo fatica ad ottenerlo, ci iniziamo a chiedere “Ma quella cosa mi serve davvero? Potrei provare a farne a meno e vedere cosa succede..” Credo che questo pensiero, movimento culturale, per dirne uno posso citare Simone Perotti con i suoi libri ma anche tanti altri che se ne stanno occupando e stanno iniziando a fare cultura. Fare cultura non significa imporre un’idea, ma condividere idee, scambiare opinioni e punti di vista. Poi sta ad ognuno capire cosa fare di quest’idea, il resto è libertà individuale nell’azione.

6. Hai dei punti di riferimento? In particolare sono appassionata di Seth Godin e trovo alcuni punti di incontro in quello che dici. Lo conosci? O hai degli altri riferimenti?
Lo conosco ma non è un riferimento. Non ho un punto di riferimento. Come non ho un attore di narrativa di riferimento. Forse una pregressa ignoranza, la curiosità verso l’azione più che allo studio. La curiosità dell’azione che mi ha portato prima a mollare l’università, poi a lavorare, a fare, ad inventare nuove cose. Non ho mai teorizzato il fatto che fossi un convinto follower del learn by doing ma, probabilmente, lo ero. Adesso, cerco invece di imparare da quello che faccio, cerco di capire cosa c’è dietro alle cose, quindi cerco di imparare. Studio e leggo di più, mi informo, discuto con persone e mi confronto. Però non ho qualcuno a cui ispirarmi o che considero un punto di riferimento: ci sono tante cose che mi colpiscono e mi incuriosiscono, mi fanno ragionare. Dai vari discorsi di Steve Jobs, quello di Stanford in particolare ma anche altri, al manifesto del fare “The Cult of Done”, dalle regole di Hewlett Packard..tutti insegnamenti di persone che hanno fatto e dal loro stesso fare hanno poi tratto una teorizzazione.
Forse sono più concentrato sulla razionalizzazione di ciò che c’è rispetto allo studio di ciò che c’è stato per avere un modello. Quindi sono un “senza modelli”.

“Credo che quello che conta è agire, mettersi in testa di farlo. Nel mio libro sono persone, persone in un determinato momento di vita. Non ho inventato niente, abbiamo solo scoperchiato una pentola che bolliva con generazione mille euro”.
“Il successo non è della persona, ma è nella condivisione, nel passaparola.”

“Dobbiamo vivere la vita appieno, dobbiamo aver la voglia di sognare, dovresti costruire una rete di persone che ti apprezzano e con le quali puoi fare qualcosa insieme. Se ti accontenti di una vita che non ti appartiene, perdi la capacità di sognare. E la vita, se non abbiamo i nostri sogni, non vale nemmeno la pena di essere vissuta”.

“Ci hanno raccontato che ci sarà un tempo ed un futuro per noi. Ma ci siamo mai domandati cosa vogliamo fare? Quali sono le nostre aspirazioni? Io ho fatto andare il mio protagonista a Berlino per avere la possibilità, l’azione, la libertà di fare ciò che sente. Un cambiamento che non deve essere e seguire schemi vecchi ma dovrebbe prendere le novità di Berlino e portarle qui. Importiamo modelli che funzionano!”

“Agire vuol dire pensare che si può fallire. Faccio qualcosa perché sento l’esigenza, il bisogno ma non penso al risultato. Tutti i se  fanno sì che poi non venga fatto niente. Se l’azione diventa il centro, pensiamo che sarà sbagliata. Il problema è nella cultura cattolica perché il fallimento è qualcosa da nascondere, da non dimostrare. Nella cultura protestante il fallimento implica una nuova azione, un nuovo progetto. Altrimenti aspettiamo e rischiamo di perdere delle occasioni personali e professionali, che in generale, diventano  delle azioni fallite a livello collettivo. Bisogna agire ed avere coraggio, imparando dai fallimenti e agendo ancora.” [Rimassa parlando di “The cult of done”]

“Credo che ogni giorno dobbiamo costruirci nuove strade e nuove sfide. A volte non si fa bene cosa si sta facendo ma bisogna studiare quello che si sta facendo e i processi per innovare. La vita oggi è in un momento di mutamento grande e questo, l’experienced learning, credo sia applicabile non solo alle aziende ma anche al Paese e alla società”.

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