Ad ognuno il proprio angelo – Alberto Salvetti

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Chi è Alberto Salvetti? Se siete venuti a Questa Non E’ Arte 2012 sicuramente avrete notato la sua performance: l’Angelo Rosso. Dall’interno di una gabbia, adottando movenze selvagge e a tratti istintive, ha bruciato e condiviso i desideri di tutti per una “fine del mondo” di speranza.
Forse, una performance così, non si dimentica facilmente. Diego Pillon ha quindi colto l’occasione per fare qualche domanda al performer e scultore vicentino e poter condividere le sue esperienze.

1. Cosa vuoi comunicare con quello che fai?
Ciao, al momento  cerco di divertirmi a smuovere qualcosa dentro di me. Un tempo volevo che alcuni miei lavori iniziassero alcune persona alla cultura ecologica ma le persone che mi seguivano erano già tutte impegnate in qualcosa di ambientale, quindi il mio lavoro appariva pressoché scontato, pubblicitario e catastrofista. Ho continuato a tener duro lavorando e sviluppando temi sul mondo animale. Pian piano ho riaperto le porte al mondo musicale e teatrale che avevo dovuto chiudere perché disperdevo troppe energie, ed è stata una scoperta scoprire che non le avevo mai chiuse del tutto. Così adesso ho tanti “strumenti” in mano, non sono uno specialista ad usarli ma gioco a metterli in relazione, cercando delle armonie tra la materia- corpo e lo spirito.

2. Ti consideri prima scultore o prima performer?
Performer, anche se non lo sapevo: una volta le mie “performances” si chiamavano spettacolini, teatro, concerti, azioni… credo che la scultura mi abbia insegnato a concretizzare le potenziali idee che rischiavano di non essere mai realizzate,  aiutandomi a sconfiggere quel senso di disagio esistenziale che prende le persone quando non riescono a realizzare i propri sogni. Gli artisti “incompiuti”  possono diventare delle vere belve sociali, invece di fare qualcosa di bello per piacere a se stessi cercano di affermarsi attraverso il consenso della gente, dei gruppi e poi delle folle: guarda Hitler o Berlusconi.

3. Tu hai un obbiettivo in quello che fai?
Si, da bravo veneto nordestino voglio fare i soldi! La verità è che voglio riuscire a guadagnare abbastanza per riuscire ad aiutare chi voglio io quando voglio io.

4. Dove si è perso l’uomo oggi, e secondo te, è solo sua la colpa?
Questione di scelte! C’è sempre un tempo per sbagliare e sbagliando si impara: che lo vogliamo o no è questione di tempo e destino, ora stiamo vivendo nel tempo della consapevolezza ma non riusciamo a fermarci. Comunque anche se crediamo di no, siamo sempre parte della Natura, lo stesso fatto che andiamo verso l’autodistruzione come i lemming lo dimostra.

5. Perché tu allora aiuti le persone in difficoltà?
E chi non ha qualche difficoltà! Non aiuto nessuno con la volontà di farlo, ho la fortuna di essere avvicinato da molte persone, alcune davvero singolari, io da loro apprendo sempre qualcosa e alle volte anche loro da me trovano qualcosa di interessante. Da piccolo ero il classico bimbo sensibile e imbranato e so quanto costa farsi forza tra i branchi di bulletti. Ho imparato che basta un niente  per dare respiro alla sicurezza e alla consapevolezza di una persona. Non scorderò mai la mia prima volta: in quinta elementare è bastato un compagno che mi dicesse che lui non aveva il coraggio che avevo io, che mi sono trasformato in un “temerario”. Comunque ho sempre desiderato fare qualcosa nel sociale, un tempo pensavo di farmi prete ma mi piacevano  troppo le ragazze, poi ho provato a fare del volontariato ma era impossibile perché ho sempre avuto bisogno di guadagnarmi da vivere e non avevo tempo per la gratuità. Quindi lavoro nel sociale per prendermi uno stipendietto che aiuta la mia famiglia ad avere un minimo di stabilità e me a concretizzare quello che mi piace oltre all’arte, la quale la ritengo solo un mezzo di relazione. Da più di undici anni ho la possibilità di lavorare in Caritas in un gruppo per l’auto mutuo aiuto per la salute mentale.

6. Che cosa sono i gruppi di auto mutuo aiuto? Ci vuoi illustrare quello di cui fai parte?
Sono piccoli gruppi parola tra persone con un problema in comune che decidono di incontrarsi  e crescere insieme aiutandosi l’un l’altro. Gli incontri avvengono senza l’aiuto di medici o tecnici  specifici che correrebbero il rischio di riconoscere solo la parte malata di chi gli sta di fronte. A mediare il rapporto tra le persone vi sono dei facilitatori, spesso sono persone che conoscono bene il problema anche perché hanno dovuto farsi forza per accettarlo e a conviverci.

Nello specifico, il Davide & Golia in cui lavoro è un gruppo che ha l’auto mutuo aiuto come fine. Per favorire la relazione amicale  tra persone con disagio psichico è utile trovarsi a fare delle attività ricreative, tipo gite domenicali, calcetto, biodanza, andare a cavallo. Sarebbe difficile a delle persone in stato depressivo creare delle relazioni positive discutendo solo di problemi attorno ad un tavolo.

7. Cosa vuol dire fare il facilitatore in questo gruppo?
Essere se stessi,  “fare con gli altri” e non per gli altri, non giudicare, accogliere la centralità della persona, mediare relazioni, mantenere la serenità, essere curiosi e sinceri, tornare a casa con la testa e il petto pesanti e altre volte con la consapevolezza di essere stato toccato dentro.

8. Credi che l’arte possa avere un effetto curativo?
Ovviamente si! Come qualsiasi cosa che piace, se a uno piace lavare l’auto, anche quello può essergli terapeutico.

9. Cosa ci puoi dire infine di Vicenza, c’è fermento?
Sono in massima parte creato con le molecole assorbite nell’acqua, nell’aria e nei cibi di questa provincia. Ho sempre amato Vicenza, in particolare quando ero lontano da lei. In quei momenti rivivevo con intensità gli odori delle stagioni e i profumi delle montagne, i suoni e i colori. Amo la mia città e proprio per questo non sarei mai stato capace di andare missionario in Africa…purtroppo la povertà l’ho sempre vista qui, nello scempio dei nostri terreni agricoli coi capannoni industriali, nello spirito da feudo di una città di campagna immemore del suo Risorgimento, nell’ignoranza e la supponenza degli indigeni locali verso gli stranieri che vengono a lavorare qui, nella mancanza di infrastrutture per i giovani, nella mancanza di un buon impianto fognario, nel nostro carattere buonista e perbenista che ci rende bravi diplomatici ma spesso dei pecoroni incapaci di criticare costruttivamente qualcosa che ci indigna. Eppure si, ora Vicenza è in fermento, a più livelli. In questi ultimi anni, forse grazie alle varie fini del mondo sfiorate dall’anno 2000, ed in particolare a quest’ultima grande crisi, la gente si sta svegliando.

Grazie alle grandi discussioni e al trambusto che si è creato con l’ampliamento delle basi americane, grazie ai viaggi dei giovani che portano esperienze nuove a casa,  grazie agli stranieri che ci stanno mostrando che si può essere imprenditori di cultura anche senza grosse montagne di euro, grazie ad alcuni di questi giovani che hanno il coraggio di assumersi delle responsabilità in un ambiente politico avvezzo agli sprechi e alle azioni inutili, a Vicenza sta nascendo qualcosa di nuovo. Il fermento è ancora molto di nicchie underground, però la cultura si sta riscoprendo e non solo di sinistra o solo di destra.  Vicenza vive! Non solo di grandi teatri e di edifici Palladiani inglobati da capannoni e caserme, Vicenza finalmente si ritrova nei musei, nelle mostre,  nelle piccole corti, nei negozi, nelle librerie, nelle osterie, nelle piazze, nelle serate con musica e soprattutto nelle case della gente che ha idee e le realizza: se continuiamo così forse andremo verso una nuova epoca rinascimentale. In fondo il rinascimento lo hanno fatto delle persone illuminate, non le istituzioni o la politica. Credo che il fermento di una città dipenda dall’impegno di ciascuno dei suoi cittadini. Lo stato è in cancrena quindi la sfida è grande e la volontà di fuggire all’estero dove si sarebbe considerati molto di più è molto forte, ma forse vale la pena di tentare.

Web site Alberto Salvetti
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