Per fare un albero ci vuole un seme – Sprout Art

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Sprout Art. No, non è una parolaccia e nemmeno un’offesa. Denis Imberti e Stefano Tasca sono due ragazzi dalle intenzioni serie. Anche se, chi li ha visti indossare un cappello in ceramica e suonare una chitarra avvolta in un contenitore così particolare come quello visto a Questa Non E’ Arte 2012, sicuramente non ha avuto lo stesso pensiero. Diego è andato a trovarli nel loro studio-laboratorio a Pozzoleone (VI) per condividere con voi la loro esperienza.

1) Sprout art è un nome evocativo, da’ la sensazione di materia in movimento. Qual’è stata, dunque, la vostra evoluzione? 
Nasciamo dalla terra, nel 1995, madre di per sé priva di forme, come l’argilla, ma capace di accoglierle al contempo tutte; materiale con il quale non a caso tutto è cominciato, pure nelle religioni o nei racconti mitici, e con il quale anche adesso condividiamo un rapporto privilegiato.
I primi anni di esperienza artistica riguardano invero solo uno dei componenti attuali del gruppo, in particolare nella costruzione di fischietti in terracotta, fin da subito orientati, però, ad una ricerca che sfuggisse alla povertà di originalità e spiritualità che contraddistinse e contraddistingue purtroppo ancora adesso buona parte dell’artigianato artistico in generale.
Nel 2001, dall’unione con altre due menti e paia di mani, nasce invece il gruppo Seme. Per sette anni vengono esplorate, amplificando la lezione inaugurata da Pablo Picasso con le Damoiselle d’Avignon del 1907, quante più possibili espressioni artistiche e culturali di ogni tempo e luogo, consci della necessità di emanciparsi dall’etno-centrismo occidentale, di cogliere anche un solo aspetto positivo, fosse pure uno, nella globalizzazione, ma soprattutto di imparare a lavorare, nel pensiero e con le mani, per generare nuovi matrimoni, neo-sintesi meticce, antirazziste, anche in campo artistico e culturale.
Infine, nel 2007 il Seme si rompe, ed è da qui che spunta infatti l’attuale gruppo Sprout, per l’appunto germoglio, il quale allarga a sua volta il campo d’indagine anche alle altre materie del sapere e comunicare umano: dalla matematica alla storia, dalla retorica dei manifesti pubblicitari alla simbologia della viabilità, passando per l’infinitamente piccolo della biologia dei microscopi all’infinitamente grande del cosmo, per citarne solo alcune; e in qualche modo oltrepassa, senza però negarla, l’esclusiva dimensione ceramica, introducendo e contaminandosi con oggetti del presente o del passato, in una sorta di rilettura del Dadaismo in chiave animistica (si pensino ai feticci od ai giochi dei bambini d’Africa) o ludico-magica. La scelta del bianco e nero, rispetto ad una stagione di ricerca molto intensa sul colore, serve invece semplicemente per ripartire con la mente sgombra e proseguire passo per passo nella complessità e varietà di sintesi fra ambiti di ricerca così disparati e differenti.

2) E come sarà il vostro futuro?
Riflettendo sul nostro passato, e ponendoci un problema che ciascun artista genuino, crediamo, dovrebbe almeno una volta nella vita porsi, ossia di come si cambia o ci si dovrebbe rinnovare, abbiamo deciso, nonostante questo sia altamente sconsigliato e per marketing e per riconoscibilità stilistica, in ossequio alla metafora arborea od hegeliana, se preferite, che ci guida, di mutare nome e diventare (ma non sappiamo ancora quale lingua utilizzeremo) il gruppo Albero.
Anche adesso, mentre lavoriamo ogni sera nel nostro laboratorio-cucina, stiamo infatti già riflettendo sulle possibili vie di ricerca futura, una delle quali, molto probabilmente, sarà una forma mista e mobile fra teatro, performance, musica e letteratura, ma vedremo; fermo restando che sarà sempre a partire, trasformare ed arrivare, lavorando e ripensando, la ceramica.

3) Perché la vostra passione non è mai diventata un lavoro?
Se per lavoro intendiamo esclusivamente il guadagnare i soldi che ti fanno vivere o sopravvivere, bisogna scegliere: o si fanno cose che vanno incontro alla moda o ai gusti correnti, e allora guadagni e non rischi la fame; oppure lo fai per passione, con amore disinteressato per la ricerca e per l’arte. I sistemi misti, gli ottimi consigli di fare delle ‘opere alimentari’ e contemporaneamente le proprie sono molto difficili e rischiosi. Difficili perché dopo una giornata di boccali o ‘vasi zen’ fatti al tornio per arredamento uno, la ceramica, è comprensibile, non la vuole nemmeno più vedere; pericolosi, perché la creatività è come una piccola pianta o un bambino, va curato od innaffiata ogni giorno con tutte le possibili attenzioni: se la trascuri anche di poco si ammala o persino muore. In altre parole, abituarsi alle logiche commerciali significa in un certo senso vendersi l’anima, non avere più quella leggerezza e pazzia di tentare altre vie, di sprecare, di saltare, verrebbe quasi da dire, nella mistica, nella propria anima. Non si può chiedere alla donna o all’uomo che amiamo di prostituirsi per vivere e poi magari pensare di guardarsi ancora, e veramente, infondo agli occhi.

4) E come mai avete scelto la ceramica? Qual’è la perla che nasconde, rispetto a tutti gli altri materiali? Non si rischia di fossilizzarsi, scegliendo un solo materiale?
Siamo nati in una zona dalle forti tradizioni nella lavorazione della ceramica, va riconosciuto, e abbiamo frequentato entrambi l’Istituto d’Arte di Nove nell’allora scomparente sezione ceramica, dove ci siamo conosciuti (per cui, come si dice ogni tanto, in un certo senso, siamo stati anche scelti dalla ceramica); ma nelle nostre attuali ricerche ci siamo pure accorti (ed è qui che c’è invece una nostra consapevole scelta) che se la principale caratteristica di questo materiale è la plasticità, la capacità di adattarsi ad ogni oggetto, oltre al ricevere qualsiasi forma od impronta, conviene seguirla. Nel nostro caso, quindi, il rischio di ‘sclerosi’ artistica si limita di molto, o almeno lo speriamo, nel senso che la utilizziamo come medium fra tutte le cose, materiali, culture, saperi e mondi con quali tentiamo di costruire ponti, insoliti dialoghi. Tuttavia, non è un operazione nuova, non è l’ossessione all’originalità che ci guida.

5) Tutte le vostre opere sono “cucchi”, prevedono quindi l’interazione con il visitatore. Ma come si ottengono determinati suoni?
Tecnicamente si tratta di creare un ventre cavo, con l’argilla, solitamente non superante le dimensioni di una tazza da the, per intenderci, con un foro di entrata per l’aria, sempre sul ventre, e uno di uscita. Come nei flauti, poi, quest’ultimo viene scalfito sul bordo, in modo da formare un piccolo piano, di taglio inclinato. L’aria, pertanto, immessa dall’altro foro e trovando il taglio in uscita, si divide in due, e in parte entrando nel ventre in parte no, produce il suono. Più difficile a spiegarsi, comunque, che far vedere. Va ricordato, a tal proposito, che per i costruttori di ‘cucchi’ o fischietti, essendo per la maggiore parte, alla lettera, dei poveracci, la capacità di far fischiare la terra veniva gelosamente mantenuta segreta e tramandata solo a pochi.

6) Site stati ispirati da qualche artista in particolare? E oggi?
A questa domanda abbiamo in parte già risposto nelle precedenti ma possiamo certo aggiungere, col senno di poi, che il nostro percorso trova interessanti affinità che vanno dalle sfingi o divinità egizie, per il collage fra animali ed umano; passando per Arcimboldo e Bosh, ai quali non occorre aggiungere altro che l’osservazione diretta; giungendo al Dadaismo, idem per commenti, per ritrovarci e quasi specchiarci, ultimante, come suggerito da un amico non molto tempo fa, nel sorprendente lavoro di un artista italiano, il Codek Seraphinianus, di Luigi Serafini per l’appunto; per non parlare, infine, ma non certo da ultimi, dei nostri contemporanei e ineguagliabili Erica il Cane e Blu.

7) Dove vi posizionate rispetto al trend dell’arte contemporanea, dove si cerca il brutto. La vostra teoria mi incuriosiva molto…
Si rifletteva sull’ipotesi estetica che l’arte, fra le sue principali categorie o, se si preferisce, punti di riferimento, ha sempre avuto il concetto, o una propria finalità, nella bellezza, declinata poi a sua volta nella proporzione, equilibrio cromatico, sensibilità ed emozione che suscita eccetera. Questo, fino alla prima metà del novecento – ed a conferma basti osservare e confrontarne, letteralmente, il degenero che ha avuto l’architettura dopo gli anni ’50, col suo impatto di oscenità ambientale, sino ai nostri giorni – anche nelle opere più astratte e provocatorie sembrava in qualche modo rispettato, persino con il dadaismo. Dalla seconda metà del secolo scorso, invece, tranne alcune eccezioni (Francis Bacon e Moore ad esempio, ma ve sono molti altri ancora, fortunatamente), la rivolta contro il bello, più che rispettabile ed interessante nonostante sia trascorso più di mezzo secolo, sembra non essersi ancora arrestata. Le pur lodevoli operazioni contemporanee volte al riciclo degli scarti industriali attraverso l’arte, infatti, sembrano rimanere ancora troppo, dal punto di vista del risultato, simili ad immondizie accatastate. Il brutto però, ha senso solo se tiene fermo il suo opposto, con il quale, seppur negandolo, è rimasto inevitabilmente interdipendente. La ceramica, se riportata allo spirito, può essere un mezzo, ce l’auguriamo, per ritornare alla bellezza, per ribaltare ancora un mondo alla ricerca, splendidamente umana, del proprio senso: questa è la nostra scommessa.

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