Vite degli altri – Marco Dal Maso

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Vi ricordate la mostra di qualche mese fa sul gioco d’azzardo in Piazza dei Signori? O ancora, alcune foto particolarmente magiche esposte nel percorso Kunstrasse al Bunker di Dueville? Se, come me, siete particolarmente smemorati, ecco l’occasione per rinfrescarvi la memoria!
Lui è Marco Dal Maso e quelle foto le conosce particolarmente bene..

1) Cosa significa la fotografia per te?
La mia vita, il mio lavoro, il mio modo di vedere le cose, il 90% dei miei pensieri.

425774_10200107272070395_175242823_n2) A volte penso che, quando si combina una passione con un lavoro, i risultati artistici possono essere differenti. Ad esempio sono diversi gli obiettivi: la libera espressione artistica nel primo caso mentre nel secondo non si possono non prendere in considerazione certe “logiche di mercato”. Tu come ti relazioni con questi vincoli?
I lavori commissionati necessitano di uno o più colloqui con il cliente, allo scopo di definire quali sono le sue esigenze, e che impostazione avrà il servizio.
A volte ci sono dei paletti ben precisi, ma spesso viene richiesto il mio approccio creativo, e ovviamente la cosa è più gratificante! In entrambi i casi comunque cerco sempre di proporre il mio modo di vedere, scattando come se dovessi farlo per me.

3) Come nasce l’idea dei reportage all’estero? Passione, curiosità o fortuna?
Passione, curiosità. Mi piace viaggiare da solo, sentirmi straniero in realtà distanti dalla nostra, cercare di capire come vive la gente, cosa pensa, se è felice. Tengo monitorata la situazione di alcuni Paesi che mi interessano e che sono economicamente raggiungibili, cercando delle storie interessanti da raccontare e appena posso ci vado.
La fortuna è una componente fondamentale, visto che mi è sempre andata bene e non ho mai avuto grossi problemi, anche in situazioni difficili.

68453_5002000607665_1788520721_n4) Il mese scorso hai inaugurato ben due mostre a Vicenza, una sul gioco d’azzardo basata sul progetto “The Gambler” e l’altra in collaborazione con la Maison Franco Pianegonda. 
La prima raccontava uno stato d’animo di assuefazione e disagio sociale, la seconda la ricerca di un’identità attraverso un approccio consumistico. Dal mio punto di vista, due situazioni quasi opposte. Come hai vissuto le due situazioni dal punto di vista artistico?
Il primo è un lavoro che ho fatto in 5 – 6 mesi, come progetto foto – giornalistico, documentandomi prima, cercando le situazioni, entrandoci piano piano.
Sono stato impressionato dai colori abbaglianti e dai suoni in loop delle sale giochi, e sono entrato in contatto con chi, a fatica, si sta disintossicando da una dipendenza.
Il secondo è un lavoro concepito e realizzato nel giro di una settimana, con ritmi frenetici, al limite dell’assurdo. Avevo 3 minuti per donna fotografata (erano 50), per cercare di cogliere la femminilità di ognuna, in rapporto col gioiello.
Due ritmi, due approcci, due tipi di emozioni completamente diversi, ma ugualmente stimolanti.

565033_4479499913277_1644254982_n5) Hai lavorato anche nel mondo della pubblicità.Oggi, con i vari Instagram, Iphone.. con i quali quasi tutti possono diventare dei bravi fotografi, che valore aggiunto può dare un fotografo professionista?
Dipende dal fotografo. Professionista non significa necessariamente di valore, come del resto Instagram e affini non hanno necessariamente una connotazione negativa.
Un professionista, per definizione, ha più conoscenze tecniche, sa controllare la situazione e sa ottenere esattamente quello che vuole, ma quello che più conta è il risultato finale. Può essere più emozionante una foto fatta col telefono, che una foto ineccepibile dal punto di vista tecnico ma fredda. Quello che conta secondo me è l’idea, il mezzo fotografico e la competenza tecnica sono fattori importanti, ma non fondamentali.

6) Un consiglio ai giovani fotografi di Vicenza: aprire uno studio o collaborare con altri?
Dipende dal carattere. Io ho capito che preferisco lavorar da solo.

7) La camera oscura, il rullino, l’abilità di fare foto che difficilmente possono essere modificate come succede oggi. L’abilità di ieri era maggiormente riconosciuta o sono più bravi i fotografi di oggi che, oltre alla macchina, conoscono i programmi di editing?
Conoscere i programmi di post- produzione è fondamentale, ma è una capacità distinta dall’essere fotografo. Allo stesso modo non tutti i fotografi che lavoravano (o lavorano) a pellicola conoscevano (o conoscono) la camera oscura.
199198_429398500429139_1041308288_nPersonalmente preferisco essere fotografo, cioè scattare le foto, la bellezza di questo lavoro per me è quasi tutta nell’atto creativo.I programmi fanno parte del bagaglio tecnico, fondamentale ma non essenziale.

8) Ultimamente mi è piaciuta molto “L’Italia e gli Italiani“, la mostra fotografica dell’agenzia Magnum con l’intento di rappresentare l’Italia di oggi. Un insieme di volti e di paesaggi/ambienti modificati dall’uomo. Secondo me manca la rappresentazione di una parte importante dell’Italia di oggi, un’Italia nuova, che ha voglia di fare e di agire, l’Italia del web, che sta dietro ad uno schermo, che collabora ed agisce attraverso la rete. Se domani dovessi fare una mostra degli Italiani in rete, come li rappresenteresti?
Penso che difficilmente riuscirei a ritrarre la cosa in maniera positiva. Quello che maggiormente mi colpisce e che ritrarrei è l’assuefazione e la dipendenza che il web, in particolare i social, esercitano su tutti noi.
Certo ci sono tantissimi lati positivi, ma la cosa che vedo e che rappresenterei è sicuramente questa.

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