Dove la metto la mano nel pupazzo? – Andrea Cosentino

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Abbiamo conosciuto questo attore durante alcune scorrazzate nei teatri vicentini, e, in verità, il suo stile ci ha impressionato molto per la somiglianza del concetto di teatro che abbiamo in testa.  Abbiamo deciso quindi, di fare un paio di riflessioni e lui, Andrea Cosentino, si è messo a nudo (metaforicamente parlando, per fortuna) tra queste righe.

andrea-cosentino-attore-contemporaneo-arte-contemporanea-teatro1) Vedo sul web che sei stato intervistato molte volte, quale domanda non ti hanno mai fatto?
Non saprei, immagino molte, ma indipendentemente dalla varietà delle domande, la mia abilità è cavarmela il più possibile con le stesse risposte. Non è che in fin dei conti abbia così tante cose da dire. Dunque quelle due o tre cose originali che credo di aver pensato e prodotto in vita mia, cerco di riciclarle e rigirarle ad ogni occasione, e in qualunque domanda mi venga posta.

2) Non è facile assistere ad un tuo spettacolo, ricordo di una persona che se n’è andata.
Col tempo ho imparato a convivere col fatto che non si può piacere a tutti. L’importante per me rimane che, la distinzione tra un pubblico che mi apprezza e uno che mi respinge, non sia questione di ammiccamenti e di livello culturale. Il punto deve essere su ciò che chiedi al teatro. Personalmente mi interessa che sia un evento vivo, non privo di rischi per me e per chi assiste, e soprattutto non un rituale di identificazione tra pubblico e artista. Piuttosto un gioco a distruggere assieme ogni possibilità di facile identificazione e di catarsi. Immagino che questo a qualcuno possa anche dispiacere.

3) Quanto conta aver studiato teatro? Non è più importante viverlo e captare ciò che si vede?andrea-cosentino-attore-contemporaneo-arte-contemporanea-teatro-abramovic-marina
Credo che la cosa più preziosa che si impara facendo scuole, è a sperimentare e capire ciò che non ti interessa. Non credo nei maestri, e non ne riconosco. Esistono molte persone che fan cose belle e talvolta straordinarie, alle quali all’occorrenza si deve avere la capacità di rubare qualcosa. E poi certo, e soprattutto, la vita. E scoprire quello che tu e solo tu sei in grado di fare e di dare. Non in senso virtuosistico, ma esistenziale. È lì il difficile.

4) Fai un’analisi SWOT dell’attore solista.
La solitudine ti spinge a cercare continuamente un dialogo in scena con gli spettatori, il che paradossalmente è una buona garanzia contro il pericolo di solipsismo. Inoltre il fatto di essere in scena come attore e autore, fa sì che non hai la responsabilità di un testo cui attenerti scrupolosamente, ma qualunque cosa ti venga di fare e dire in quella determinata sera e in quel determinato momento, resti fedele all’autore. E in contatto con chi è davanti a te.

5) Dove ti vengono in mente i personaggi che crei?
teatro-contemporaneo-andrea-cosentino-barbieIn realtà non parlerei neanche di personaggi, ma di macchiette. Spesso sono costruiti solo con un accenno di inflessione dialettale e un ritmo particolare. Tutte queste macchiette però, per quanto stilizzate e risibili, custodiscono, magari enfatizzata fino al grottesco, una parte delle mie manie. È la lezione del grande teatro, non ci sarà mai un personaggio così negativo che tu non possa comprendere con la tua personale umanità.

6) Ti annoia fare uno spettacolo per 10 volte consecutive. Se no, perchè? Se si, dì di si.
Dipende. Mi annoia quando lo spettacolo è già fatto e rodato. Viceversa mi diverte, ed è una opportunità preziosissima per far crescere un lavoro ai suoi inizi. Quando faccio un nuovo spettacolo, arrivo sempre alla prima con abbozzi volutamente provvisori, che chiedono l’apporto delle reazioni del pubblico per mettersi a fuoco. E sempre mai in maniera definitiva. Io sono per un teatro che non fa testo: per me uno spettacolo deve essere una strategia di azione e comunicazione, piuttosto che un’opera bella e fatta da solo dispiegare davanti a qualcuno.

7) Cosa pensi quando la gente ride a crepapelle per una gag che consideravi poco divertente e viceversa?
È il bello della comicità vera, non quella fatta di battute e barzellette. Non puoi essere mai sicuro di come funzioni, e ogni serata riserva le sue sorprese. Il comico, come in fondo tutto il teatro, è un miracolo, e tutto quel che puoi fare è chiamarlo con le formule giuste e la fede che possa accadere. Senza però la certezza che sarai miracolato.

8) Come stanno le parole improvvisazione e sperimentazione?teatro-contemporaneo-andrea-cosentino-arte
L’improvvisazione può essere sperimentazione ma anche il suo contrario. Dipende un po’ dalle griglie che ti dai per giocarla. Se improvvisazione è ricerca di consenso ad ogni costo e con ogni mezzo, sfocia immancabilmente nella volgarità e nella piaggeria. Se invece ti dai delle griglie sperimentali, delle regole, cose da fare e soprattutto da non fare, allora direi che l’improvvisazione è il cuore di una sperimentazione di un teatro sano, che si voglia come evento vivo e dialogico, e non testo spettacolare autonomo e solipsistico. Il teatro nella sua essenza per me o è improvvisazione o non è. È evento, una festa che accade, sempre diversa e più o meno riuscita, e non un’opera d’arte che ogni sera e indipendentemente dalle condizioni ribadisce se stessa con supponenza.

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