La musica è morta

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No, amici, non c’è un punto di domanda. E’ quello che penso veramente!
E vi chiederete se, magari, dopo un po’ di tempo a Londra, non sono diventata grigia e pessimista come questa città. Beh, mi dispiace smentirvi ma sto benissimo!

Diciamo che a livello generale, e cioè la musica intesa come cultura, come esperienza, come strumenti musicali, come gruppi, come novità, pensando a “cosa ci manca ancora da scoprire“…cosa vi viene in mente? Ma, a me non vengono in mente grandi cose.
La musica negli ultimi tempi è diventata più terreno di marketing per le multinazionali discografiche, che, anzi, non investono nemmeno più nei cantanti, ma promuovono direttamente quelli preferiti dal pubblico attraverso il meccanismo dei talent, senza preoccuparsi delle doti canore o delle capacità compositive.
Per non parlare delle indipendenti, che comunque fanno fatica a stare in piedi o i gruppi che si autoproducono e dopo un milione di concerti e tanti sacrifici, forse vengono notati, fanno un paio dischi e poi, dopo un contratto con una major, si perdono nei meandri di un mondo troppo squallido e avido.

In più, qui, mi sono imbattuta in un paio di progetti che mi piacerebbe presentarvi e che stravolgono la nostra idea di musica, ossia quella che abbiamo avuto fino ad oggi. Strane coincidenze fanno sì che i nomi siano abbastanza simili, ma non pensate siano la stessa cosa.

Il primo è Mogees, il progetto di Bruno Zamborlin, mio compaesano e anche lui trapiantato a Londra dopo varie esperienze oltralpe.

Si tratta di un’idea tanto semplice quando “clever” (perspicace, scusate ma mi vengono un sacco di parole in inglese!) che sfrutta le vibrazioni che hanno tutti gli oggetti a nostra disposizione e che vengono amplificate attraverso un specie di “microfono” (piezo è il termine tecnico) molto sensibile che può essere utilizzato praticamente su qualsiasi superficie. Il “microfono” converte il suono in un segnale elettrico che viene trasmesso all’app nel telefono e trasforma a sua volta il segnale in musica. Non vi sembra un’idea fantastica?
E come si creano diversi suoni, vi chiederete. Beh, come per gli strumenti musicali, anche in questo caso ogni oggetto produce un suono diverso, poichè dipende dalle proprietà fisiche del materiale e dell’oggetto stesso e dal modo in cui vengono prodotte le vibrazioni. In pratica, tutti i nostri oggetti quotidiani possono diventare degli strumenti musicali, adottando un approccio totalmente free.

Il secondo progetto è la Mash Machine, di un gruppo di ragazzi di Tallinn (la startup è però a Londra). Avete presente quando fate le feste in casa con gli amici, e a turno ognuno fa il DJ, tirando fuori dalla tasca i pezzi più fighi ascoltati negli ultimi due anni? Ecco.
Ora fate finta che non serva più un pc o Youtube, ma che i brani da ballare possano essere creati al momento, combinando delle tessere che rappresentano le diverse categorie: la linea vocale, il basso, la batteria e la melodia di 10 brani dance del momento. Ognuno di noi potrà essere DJ, e non perchè conosce il brano, ma perchè la creatività e l’interattività diventeranno l’anima della festa.
Questo è il prototipo che ho provato personalmente..ma credo che la versione reale sarà diversa!
The-Mojoes-interactive-music-london-startup-mashmachineLa Mash Machine è uno strumento da DJ per non DJ, perchè noi facciamo un mash up di suoni, non li distruggiamo ma li combiniamo in tempo reale. L’interfaccia, data semplicemente da una superficie luminosa permette a chiunque di creare la propria canzone, mettendo al centro del tavolo una tessera per ogni categoria: in questo modo si “suona” o si “gioca” con la Mash Machine!” queste sono le parole di Ottavio Cambieril’italiano del gruppo Mo’Joes (ovviamente, essendo il nostro un popolo di geni creativi, era chiaro ce ne sarebbe stato uno anche qui), ed ho avuto l’occasione di fargli un paio di domande, sul progetto, sulla musica, insomma..ci siamo sbizzarriti! (L’intervista completa uscirà a breve sempre in queste pagine, quindi rimanete sintonizzati.)

Ora, amici musicisti, amanti della musica, innamorati dei vinili..che ne pensate?
Cosa ne pensano quelli che ricercano i suoni giusti per il proprio gruppo, che spendono svariate quantità di soldi per acquistare il proprio strumento, passano 5-6 anni della propria vita ad impararlo e a praticarlo, suonano in un gruppo, fanno le serate, registrano in studio?
E cosa pensano quelli che fanno chilometri per cercare un disco, partecipare ad un concerto e incontrare i propri idoli?
Io, da ex musicista, ho già espresso il mio parere, ora mi piacerebbe sentire il vostro!

19 thoughts on “La musica è morta”

  1. myfullresearch says:

    Notevole !
    mfr

    1. alessia_camera says:

      Grazie! Tu che ne pensi?

  2. marvan says:

    Che FFForte, penso sia molto divertente sperimentarli. Per una sera. O due. Poi, che noia! Mi fanno venire in mente gli automi dell’800.
    Credo che la musica sia invece l’arte di sperimentare, indipendentemente dal genere.
    Non è detto che tutti ci riescano, io tra questi sono capace solo di ascoltare.
    Per me, tanto più un pezzo si presta all’interpretazione, tanto più è vicino alla mia idea di musica.
    Il Jazz non finisce mai di stupire in questo senso.
    E che dire del canto, non c’è limite nell’interpretare la musica con la voce. Certo è per pochi.
    Forse è proprio la consapevolezza dei miei limiti a farmi dire che la MUSICA NON E’ MORTA!

  3. Paolo Dalla Costa says:

    Ciao Alessia! Beh.. stavo giusto parlando dell’argomento musica (ma anche arte in genere) oggi con un mio collega di lavoro. Riassumendo un pò, ero partito da una provocazione: “E’ giusto dare un valore economico all’arte?”.. Io, ricordo che quando ho iniziato a suonare, sono partito con l’idea che non sarei mai riuscito a rientrare dalle spese affrontate per prendere strumenti ecc.. Volevo che la musica fosse un investimento sotto un altro punto di vista.. Un investimento più dal lato umano e culturale che economico. Ci ho preso! 🙂 Non prendetemi per quello che “dall’underground”, critica ciò che non è riuscito a ottenere non diventando famoso, conosciuto o semplicemente notato!! Il discorso poi ha toccato un altro tasto. Immaginate un genitore ( a me non è successo, fortunatamente) che dice al figlio, impara a giocare bene a pallone, impara a suonare (o qualsiasi altra attività) e farai i soldi.. Da qui mi son detto che forse, sto discorso aveva un senso nel periodo del boom economico, in cui si cercava di dare ai figli una vita più agiata rispetto a quanto vissuto da quelli che sono i nonni della nostra generazione.. Si spronava i ragazzi, probabilmente anche ad avere una vita migliore dal punto di vista culturale.. Avere un’istruzione quando prima si andava a lavorare da bambini era una gran conquista!! Ora invece, si spronano i figli allo stesso modo.. “Diventa calciatore e farai i soldi..”. Inutile dire che ora probabilmente è molto più facile cercare di vivere della propria passione ma dal punto di vista umano questa possibilità è accompagnata da un gioco al ribasso che sta iniziando a dar fastidio.. Insomma quanti Justin Bieber dobbiamo sorbirci ancora?? Un prodotto di marketing, esteticamente ok, che canta probabilmente in playback e fa guadagnare un bel pò di soldi in gadget.. Si ma. e l’arte?? E’ diventata semplicemente l’arte di vendere.. Non so se la musica sia morta.. ma sta male di brutto, questo si.
    Poi però do uno sguardo a tutti i gruppetti emergenti che non si caga nessuno e che hanno sempre meno posti dove suonare e vedo che in loro, il sogno originario, è ancora vivo e vegeto e ne son contento!
    Faccio un passo indietro coi discorsi..
    “E’ giusto dare un valore economico all’arte?” Di sicuro si, insomma se qualcuno ci guadagna da vivere con la propria passione ben venga! Però più si arriva a vivere della propria arte e più si rischia di entrare in quel “music business” che a me ricorda molto una stalla intensiva in cui un artista viene munto ed entra nel girone delle canzoni fotocopia con zero cose da dire.. Credo che in quel contesto l’arte muoia.. Parlando sempre per paragoni, ci sono dei piccoli produttori di vino che fanno delle annate ottime e ottengono IL VINO fanno altre annate con risultati pessimi.. Altre aziende più grosse, con più conoscenza tecnica fanno sempre, costantemente DEL VINO.. Sempre mediamente buono, ma che alla lunga non ha nulla di eccezionale.. Credo che l’arte sia così. Un pezzo (o se hai fortuna un disco) viene un capolavoro che ricordi nel tempo. Ma anche una foto, una poesia, un film o quello che volete..Ma credo che in sto caso non dipenda dall’artista.. Diventa un mezzo per qualcosa che gli nasce dentro.
    Se quell’artista ha il culo (fattore importantissimo) di riuscire a dedicarsi al 100% e vivere di quella passione, mantenendosi comunque “puro” allora nascono i cavalli di razza. GLi artisti che per 10 anni sfornano capolavori che arrivano a donare qualcosa alla musica e all’arte in genere. Che giocano ad alzare di volta in volta l’asticella..
    Io non riesco a concepire che per contratto devo fare 5 dischi in tot anni.. Io voglio far dischi quando ho qualcosa da dire!! Così la vedo io..
    E qui scatta il paradosso dei Beatles.. Mi spiego.. Nella media c’è il gruppo che fa il botto, arriva alle masse, piace, vende e inizia a far dischi spesso sempre più scadenti e tutti uguali. E, per assurdo, alla gente continuano a piacere nella loro mediocrità continuativa..
    I Beatles invece sono partiti con i brani fotocopia, con la “Beatlemania” con un genere che facevano moltissimi altri nello stesso momento e sono riusciti ad emergere. Hanno iniziato a sfruttare l’occasione alzando l’asticella di 10 punti per volta e a influenzare la musica per gli anni a venire. E li scatta il paradosso.. fine della Beatlemania!! Ed è il paradosso più bello del mondo perchè quando un artista va oltre le masse, supera la soglia dell’ascoltatore medio e arriva a far sempre di più finchè la musica non basta più e vuoi diventare veicolo di messaggi più alti (tipo John Lennon) o decidi che invece la musica ti basta e smetti di alzare il tiro..
    Bivio..
    Ora come ora però sono i gruppetti che continuano a sbattersi per dire qualcosa, che contunuano a trovarsi in stanzette che sanno di sudore, di cicche e di birra, che credono di poter cambiare il mondo almeno un pò che mi fanno dire che la musica è viva, scorre bassa, rasente al pavimento, ha ancora la forza di fondersi genere con genere e di far emozionare qualcuno da qualche parte..
    E ora sparo la bomba.. LA MUSICA ELETTRONICA E’ LA DISCENDENTE PIU’ VIVA DEL ROCK!!.. evoluzione delle sperimentazioni prog e della voglia di far roba nuova.. In fondo il rock non ha più neppure i capelli lunghi ormai! 😉

    E concludo.. Dopo una giornata di lavoro e consapevole che a me piace più parlare a 4 occhi per esprimere un pensiero che premere dei bottoni, mi rendo conto che su sta cosa che ho scritto non c’è molta chiarezza ma chissenefrega, era per dire che l’argomento mi tocca e ci penso spesso.. E che bisogna ancora scendere nelle cantine, sotto al livello delle vetrinette, per cogliere la musica che vive!! Ciaooo, Paolo

    1. Matteo // Catchy Sound says:

      “LA MUSICA ELETTRONICA E’ LA DISCENDENTE PIU’ VIVA DEL ROCK!!” quanto hai ragione!
      dopo anni di dedizione alla musica alternative rock da un paio propongo eventi electro dance. Ho trovato una ignoranza e una supponenza nel pubblico che definiremo “rockettaro” qualcosa simile ad un Al Queda musicale, dove chi suona con una chitarra è bene, chi non usa una chitarra elettrica è m***a.
      I rocchettari stan diventando i nuovi bacchettoni

  4. Paolo Dalla Costa says:

    E cmq, belle ste sperimentazioni che ci hai presentato! Grazie!!!

    1. alessia_camera says:

      Grazie a te per il commento, che in parte condivido. Io credo che la musica così come l’abbiamo conosciuta adesso cambierà, sarà destinata a cambiare e sicuramente non cambierà con le major, cambierà, sarà costretta a cambiare perchè come dici tu non ci basta più e cambierà con le sperimentazioni dell’elettronica, della tecnologia e dell’interazione.

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  7. Bruno Zamborlin says:

    Ciao Alessia grazie per l’articolo.
    Lasciando perdere un secondo gli strumenti per DJ (il cui fine non è di produrre ma di riprodurre musica secondo determinate logiche), non sono sicuro di aver capito come strumenti quali Mogees potrebbero uccidere la musica. Spererei anzi nell’esatto contrario, rinnovandola ed allargandone le possibilità: Mogees non suona da solo, anzi è probabilmente molto più fedele al gesto del performer di quanto lo sia una qualunque drum machine.
    Mi interessa il tuo punto di vista, me lo rispieghi?

    1. alessia_camera says:

      Certo Bruno, intanto grazie del tuo commento. La mia era ovviamente una provocazione, intendo morta la musica quella che abbiamo considerato tale fino ad ora. Mogees infatti aiuta a concepire una nuova idea di musica, dove l’esperienza e il coinvolgimento emotivo sono immediati, senza il bisogno di dover imparare uno strumento o entrare in certi meccanismi. Quindi, essenzialmente sono d’accordo con te! Mandami una mail o tweet, mi piacerebbe incontrarti e discuterne di persona!

      1. Bruno Zamborlin says:

        Certo. In letteratura questo paradigma per strumenti musicali è stato definito “Low entry fee with no ceiling on virtuosity”, riferendosi ad una generazione di strumenti il cui design permette una fruizione immediata ma allo stesso tempo consente di poter migliorare le proprie performance con l’esercizio.
        Probabilmente con Mogees, nello specifico, il concetto di virtuoso può essere visto un po più ampiamente e comprendere la scelta/costruzione dello strumento stesso (la settimana scorsa mi ha scritto un ragazzo che è in residenza al polo nord e vorrebbe suonare il suo igloo, se non è virtuoso lui!), ma ciò non toglie che lo strumento da solo non suona 🙂

  8. alessia_camera says:

    Infatti, tu (e non solo) state aprendo nuove porte e nuovi utilizzi. Tra pochi giorni uscirà un mio nuovo articolo..in tema! (ma non voglio anticiparti niente) 🙂

  9. Matteo // Catchy Sound says:

    a me piacciono tutte queste novità, la mash machine sembra (scusatemi magari ho sbagliato io a capire) una versione semplificata del Reactable, che usa la stessa Bjork da qualche anno. Beh io credo che strumenti come questi siano appunto “strumenti” e che se uno poi ci mette del suo diventa un genio della creatività, sfondando i limiti dello strumento stesso. Capitava nel blues /jazz con lo slider per chitarra, ai djs che mettevano un elastico intrappolato tra la puntina del giradischi e il perno centrale facendo un basso artigianale che suonavano sopra al disco. Insomma la creatività credo possa solo che guadagnarci, poi un dj o un musicista è noioso a prescindere dagli strumenti.

  10. francyperuz says:

    Ciao Ale, l’articolo lo trovo assolutamente provocatorio e stimolante. I progetti che sono stati presentati, sicuramente, portano una ventata di novità e di intraprendenza che fanno guardare in super positivo a riguardo di sviluppi nel campo musicale. La progettualità e l’applicazione della tecnologia in ambito musicale a mio parare è sempre esistita, adattando quelli che sono gli strumenti in possesso contestualmente e temporalmente parlando. Con strumenti non intendo quelli musicali nello specifico, ma gli oggetti che tramite il loro utilizzo e il significato che ne associa la persona diventano strumenti, in questo caso, per fare musica. Per questo motivo non mi sento di accomunare il mondo delle major con questo mondo progettuale, secondo me la musica non diventa più il denominatore comune. In ogni campo ci sarà sempre la persona che fa quello che fa solo per poterne ottenere vantaggio economico, come ci sarà sempre la persona che lo fa per l’espressione tramite l’arte e per comunicare conoscenze e stati d’animo. Alla luce di questa scissione, io non penso affatto che la musica sia morta. E’ morta solo per chi non vuole ascoltare ed elaborare le esperienze descritte da chi, della musica, ne fa un’arte proiettata nel presente per un futuro prossimo. E in particolare a Londra, ambiente vibrante qual è, se hai anche un solo minuscolo recettore musicale nel tuo cervello, non puoi non scontrarti con espressioni di musica che lasciano un segno o un interrogativo che puoi soddisfare in un immediato secondo momento tramite giornali cartacei distribuiti gratuitamente in moltissimi bars, cafes e pubs, o attraverso riviste online costantemente aggiornate.
    Detto questo io non ritengo assolutamente che la musica sia morta. Da quando sono qua sento la musica più che mai viva non solo dentro di me, ma nelle persone che incontro e negli eventi a cui partecipo o che vedo organizzati.
    E non penso che le major potranno mai ucciderla, potranno in parte sfruttarla, certo, ma chi decide di fare musica sfruttando le potenzialità economiche e non il genio che da questa ne può scaturire, morirà con la stessa velocità con cui è nato.
    Detto questo, grazie del contributo e del momento di riflessione che ne ha fatto scaturire!

    1. alessia_camera says:

      Grazie a te Fra per il commento. Condivido l’idea della morte della musica intesa come quella per fare soldi ed arricchirsi, quindi legata alle major. Purtroppo però, le major sono la massa, e rappresentano quello che viene canalizzato nei mass media. Sono d’accordo sul fatto di dire che la musica non è morta perchè c’è l’underground, ma cosa rimane della cultura musicale a chi non sa niente del mondo underground? Continueremo a distinguere e a criticare chi è andato a vedere Ligabue che ha suonato 7 sere consecutive in Arena? Ci lamenteremo con Ligabue che avrebbe potuto proporre 7 diversi gruppi underground in apertura dei concerti? Oppure ci lamenteremo della mancanza di pubblico ai concerti underground (con il rischio che molti locali chiudano ecc..), perchè la gente non ne sa abbastanza e quindi non spende soldi per andare a sentire un gruppo?

      1. Bruno Zamborlin says:

        Ancora non capisco il collegamento tra questo discorso (e il relativo titolo dell’articolo) e i video che hai postato 🙂

        1. alessia_camera says:

          Infatti, questo, credo sia un altro discorso.

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