Field Day, ma la musica dov'è?

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Non abbiamo avuto il tempo di dirvelo, ma ci siamo andati. Eh si, noi di Questa Non E’ Arte siamo andati al Field Day, questo festival di due giorni a Londra, a Victoria Park, dove poter assaporare bella musica, soprattutto inglese, e magari scoprire qualche bel gruppo in vista della prossima stagione.

Ed invece no, non è stato così almeno per noi. L’unica band per cui valeva la pena erano i Pixies, ma se non fosse stato così, mi sarei bevuta l’olio schifoso delle patatine che i baracchini avevano usato tutto il giorno per friggere. Stendiamo un velo pietoso sul nuovo album, non ho ascoltato il disco, ma sicuramente dopo il live, preferisco rimanere a distanza di sicurezza.

Ma partiamo dall’inizio. Siamo arrivati preparati. Considerando i due giorni di festival, abbiamo optato per i Pixies visto che i Metronomy, Warpaint ed altri del sabato non ci facevano impazzire. Sembrava tutto molto pop, o finto indie, cioè quel pop che tutti vogliono far passare come indie ma che non è. Quindi, abbiamo ascoltato qualcuno del sabato e ci sembrava molto più interessante, anche perché molti di questi si descrivevano come psychedelic. Ed ovviamente, non potevamo non andare a sentire quei mostri sacri dei Pixies.

Quattro palchi: Eat your own Ears (main stage), Shacklewell Arms, Red Bull (elettronica) e Red Stripe (DJ Set) e tanta musica a partire dalle 14. Abbiamo fatto le nostre ricerche, prediligendo il main stage, rispetto agli altri. Lo Shacklewell ospitava ancora finti indie – pop a parte i Drenge e il Red Bull stage prevedeva quasi tutti DJ a parte il gruppo delle 20 che non sembrava niente male. Il parco addobbato per l’occasione era molto promettente, se alcuni di voi sono stati al Sziget o simili (no, lasciate stare field-day-londonl’Heineken, non ha nulla di simile!) sarete rimasti con il ricordo dei tantissimi baracchini dove mangiare e bere e dei giochi o intrattenimenti che vengono comunque organizzati. La giornata era fantastica, pantaloncini e canotta, come chiedere di più?

Ci stendiamo al sole ed attendiamo, pazientemente.

Iniziano i concerti. The Wytches, un trio inglese, i Pond, un gruppo psichedelico australiano e i Temples, altro gruppo che propone rock psichedelico dal nord dell’isola. Sarebbe stato tutto bellissimo se effettivamente i gruppi fossero stati così, o, al limite, i suoni fossero stati simili a quelli che avevamo ascoltato durante la settimana. Invece era una formula che funzionava sulla carta, e basta. I tre gruppi che hanno suonato dalle 15 alle 18.30 circa, non solo assomigliavano in modo piuttosto approssimativo alle registrazioni, ma, non trasmettevano nulla. Sembravano recitare un copione davanti allo specchio di una sala prove immaginaria. Si capiva distante chilometri che lo show era totalmente finto e studiato da produttori e tecnici per “colpire”, dimostrare e convincere che si trattava del gruppo rivelazione, e che l’anno prossimo avrebbe sfondato.
Tutti come la copia uscita male del Kurt Cobain degli anni ’90 o del Jimmy Page di qualche anno prima. Dove sono i gruppi? Dov’è la musica?

pixies-field-dayAnnoiati, delusi ma con ancora un po’ di speranza andiamo verso il palco Shacklewell Arms, per ascoltare i Drenge, due fratelli, basso e batteria in grado di buttar fuori un’energia pazzesca. Peccato che la folla e i suoni non ci abbiano permesso di rimanere un altro po’. Ma li seguiremo.
Andiamo verso il palco Red Bull per ascoltare Tom Barfod, l’unico che ci ha veramente stupito live e che ha confermato la nostra curiosità, soprattutto per l’originalità della musica. Torniamo poi al main stage per prendere posizione per i Pixies e ascoltare qualcosa degli Horrors, speravamo in un concerto come si deve in apertura ai Pixies, almeno da loro. Ma anche in questo caso le nostre erano speranze vane, un altro show mediocre con un audio terribile.

Taaac. E’ il momento dei Pixies, l’attesa è alle stelle, riusciamo ad arrivare davanti, in seconda fila e siamo pronti ad applaudire…eccoli! Arrivano. Anche se le canzoni nuove sono inascoltabili, si può sentire l’emozione nell’aria quando vengono intonate le note di U – Mass, Debaser, sono loro i veri protagonisti della domenica del Field Day, un gruppo che solca i palchi dal 1986, ormai sulla 50ina in grado di proporre canzoni che sono ancora tremendamente attuali.
Perchè forse, la musica, non è piu’ essenziale per i gruppi che suonano al Field Day.

 

 

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