Elisabetta Roncoroni, il Lato B della fotografia: scatto perfetto e imperfezione analogica

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Vi ricordate della mostra Lato B | un altro genere di storia ?

Si tratta di un progetto espositivo nato per sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne attraverso le opere di due artisti del posto, un uomo e una donna, diversi per mezzi espressivi, età, poetica e ricerca.

Se ve lo siete perso potete recuperarne un pezzo nell’ultimo articolo, dove vi ho raccontato la genesi del concept espositivo: Lato B | un altro genere di storia: una mostra allo Spazio Rizzato.

Ecco qui il link all’evento, con comunicato stampa e catalogo digitale delle opere in mostra.

Ovviamente potete (dovete!) andare a vedere la mostra di persona:

fino al 30 dicembre 2017 da Spazio Rizzato (Marano Vicentino – VI)

E ora veniamo a noi: vi avevo promesso fior fiore di interviste con gli artisti, e io mantengo sempre le promesse.

Oggi vi presento Elisabetta Roncoroni, il Lato B della fotografia.

 

Elisabetta Roncoroni: il Lato B della fotografia

1.
Alice Traforti: Ti sei avvicinata alla fotografia fin da piccola, prima paesaggi e architetture, poi ritratti.
Come è avvenuta questa svolta nei soggetti delle tue inquadrature?

Elisabetta Roncoroni: Ho sempre sfogliato riviste di moda come Vogue, Elle e libri di grandi fotografi con invidia. Sognavo anch’io di essere in grado di ritrarre una persona e di immortalarla per sempre con un click, proprio come sapevano fare quei grandi fotografi tipo Herbert List, Richard Avedon
Parallelamente, vista la mia grande passione per la storia dell’arte, ho sempre avuto un occhio di riguardo anche per i dipinti preraffaelliti o del secessionismo viennese, che racchiudono qualcosa di speciale dietro ogni volto o corpo femminile.

Poi ho avuto la fortuna di incontrare Nicola (il fotografo Nicola Giovanni Ciscato – ndr) che, a differenza di tanti che si sforzavano a dirmi un “bello” poco sincero, ha creduto in me sin dal principio.
Lui mi ha incoraggiata suggerendomi di provare a cambiare i soggetti della mia fotografia, di “buttarmi” su qualche ritratto, senza aver paura di sbagliare.

Così, nel settembre del 2015, ho fotografato per la prima volta una mia carissima amica e da lì tutto è iniziato come un vortice e, una foto dopo l’altra, ho imparato e “aggiustato il tiro” da me, da autodidatta.

 

2.
AT: La tua è una tecnica in controtendenza: nell’era del digitale, tu scatti in modalità analogica.
Quali sono le differenze a livello di preparazione dello scatto e di resa finale, ma anche in fase di approccio?
Io credo che ci sia anche un grado di coinvolgimento diverso, non solo tecnico, ma fisico e psicologico.

ER: La fase di approccio è sempre tragica.
Bisogna decidere con che rullino scattare.
Scaduto o no? Se è scaduto, sarà stato conservato bene o sarà virato verso qualche colore in particolare?
Adoro andare a caccia di rullini scaduti nei vari mercatini e vedere che cosa ne verrà fuori.
Dedico molto tempo anche alla ricerca online di qualsiasi informazione utile a capire cosa hanno ottenuto altri fotografi con i diversi tipi di pellicola.

Il coinvolgimento è completamente diverso.
In primis: si sarà agganciato il rullino?
Ho buttato via diversi rullini e diversi progetti sono stati rimandati per questo motivo…
Foto completamente bruciate o nere? È successo anche questo.

Per diverso tempo ho utilizzato una Ricoh 35 zf del 1976 con l’esposimetro rotto, quindi impostavo la macchina in maniera casuale, ma ragionando secondo il mio intuito, oserei dire in modo sperimentale.
La soddisfazione di vedere che le foto venivano comunque come me le ero immaginate, era davvero immensa.

Lo stress in realtà è tangibile quando scatto in analogico. Non voglio lasciare nulla al caso.
Io so che per un progetto ho un rullino (raramente due) da 36 pose.
Gli scatti vengono pensati al momento, come le pose.
Ho la fortuna di aver sempre collaborato con persone con cui ero molto in sintonia e con cui si è subito creato un legame che fa sì che in quell’ora di shooting tutto sia molto naturale e rilassato.
Odio le pose predefinite. Non amo che la modella guardi in camera, anzi, ogni tanto vorrei che si potesse dimenticare della mia presenza e che interpretasse la sua parte (come quando da bambine si giocava allo specchio, per intenderci).
Amo le cose fatte razionalmente, ma comunque di getto.
Sono più spontanee e naturali ed è esattamente ciò che cerco per le mie foto.

Oggi i fotografi utilizzano fin troppo gli apparecchi digitali e possono scattare migliaia di foto, scegliendone magari solo un paio, le più azzeccate.
Per me, la magia della fotografia analogica sta proprio in questo allontanarsi dalla facilità del digitale e nel non utilizzare programmi come Photoshop (che io detesto) per modificare la foto o, peggio, la persona che è stata ritratta.

Ecco perché la fotografia analogica, con le sue imperfezioni, la sua polvere e la ricerca del rullino perfetto, è ciò che davvero mi rappresenta.

ph Elisabetta Roncoroni

3.
AT: Parliamo ora del progetto inedito Peaux, presentato per la prima volta nella mostra Lato B | un altro genere di storia, presso Spazio Rizzato.
Nasce da un episodio particolare, una violenza subita come violazione della libertà di espressione: una censura sui social.
Da lì ha preso avvio tutto un processo di consapevolezza, che probabilmente giaceva da tempo latente. Vuoi raccontarci tutto per bene?

ER: Lo scorso aprile 2017 ho avuto la possibilità di fare le mie prime foto di nudo integrale. Non ne avevo mai fatte prima.
È stato tutto molto naturale, come doveva essere, e io ho candidamente pubblicato online una foto con un seno scoperto, dal momento che non c’era il viso della ragazza ritratta e la posa era molto naturale non mi sono posta alcun problema.
Il capezzolo scoperto, a quanto pare, viola le linee guida di utilizzo di social network come Facebook o Instagram.
Così è iniziata così la mia “battaglia” – un po’ alla Don Chisciotte, temo.
Vedo ogni giorno servizi fotografici di dubbia qualità in cui le ragazze si fanno ritrarre mostrandosi, seppur coperte da micro indumenti, in atteggiamenti davvero poco equivocabili. Senza contare che ormai la pornografia è alla portata di chiunque abbia un qualsiasi device.
Perché, a questo punto, vengono censurati siti, come Flickr o Instagram, nati appositamente per la fotografia?

Cosa c’è di sbagliato o scandaloso in un corpo femminile nudo?
Ho sempre guardato con ammirazione i corpi dei dipinti del passato: la Venere di Urbino di Tiziano, le odalische di Ingres, le donne di Lautrec, le polinesiane di Gauguin.
Una volta era normale ritrarre le donne in quella maniera.
Ho avuto la fortuna di avere una mamma che si mostrava in casa senza problemi, senza nascondersi e senza nascondere le sue imperfezioni, e ho sempre creduto che è anche grazie a lei se ho portato a termine questo progetto.

ph Elisabetta Roncoroni Lato B

 

Non c’è nessun tabù in un seno nudo o in un gluteo, nemmeno nei fianchi di una donna.
Se tutti riuscissero a vedere che le cose stanno effettivamente così, probabilmente tutta questa violenza sul corpo femminile non ci sarebbe, perché qualcuno si farebbe qualche scrupolo prima di massacrare e deturpare un corpo delicato e pieno di vita come quello femminile.

Ed ecco che è nato il progetto del 25 novembre, proprio contro la violenza sulle donne.
Mostrare dei corpi scoperti per far vedere quanto il corpo femminile sia diverso e meraviglioso, nonostante le tante imperfezioni, che in realtà imperfezioni non sono, ma rappresentano proprio ciò che ci rende uniche rispetto alle altre.

E qui torna il discorso della fotografia analogica, che nelle sue imperfezioni rispecchia esattamente il messaggio che vorrei trasmettere.

4.
AT: La fotografia è lo specchio dell’anima. In alcune leggende lontane, la fotografia è in grado persino di rubare l’anima dei soggetti che cattura.
Questo è un po’ quello che hai fatto con le 14 donne che hai fotografato per Lato B.
Sono molto curiosa riguardo al processo di messa a nudo di ciascuna personalità che hai incontrato.
Vuoi parlarci un po’ di queste donne che ci hai fatto incontrare attraverso le immagini delle loro cicatrici, dei loro problemi, dei loro difetti?

ER: La prima cosa che faccio, quando si tratta di progetti collettivi, è chiedere alle mie amiche di posare per me.
Nessuna di loro è perfetta, non sono alte 1.80 e nemmeno portano una 38.
Nessuna di loro vuole fare la modella professionista.
Solitamente evito di cercare persone che lo fanno di lavoro perché vorrei mostrare corpi di tutti i tipi: chi più alta, chi più bassa, chi più morbida…
Solo alcune di loro avevano già posato per me, ma mai nude.
Più di qualcuna mi aveva già detto in passato “io non mi spoglierò mai davanti alla macchina fotografica!”
Ma, quando ho spiegato loro il progetto che avevo in mente, tutte si sono “spogliate” con una facilità disarmante.
Mostrandomi le loro imperfezioni, le loro paure, le loro cicatrici e i loro tatuaggi: quei segni di momenti particolari che attraversiamo e superiamo nella nostra vita, decidendo di imprimerli per sempre nella nostra pelle.

ph Elisabetta Roncoroni Lato B

 

Malgrado all’inizio fossero titubanti, alla fine non hanno avuto problemi a mettersi a nudo davanti a me, anche se ad alcune il proprio corpo non piace, anche se alcuni dettagli fisici le fanno sentire “non belle” rispetto agli standard propinati ogni giorno dai mass media.
Di questo sono stata davvero molto orgogliosa perché ho capito due cose: che le persone credono davvero nel mio lavoro e che ho la capacità di farle sentire belle.
In giro si vedono fotografi che cercano modelle sempre più magre e sempre più uniformate.
Chi penserebbe mai di mostrare una cicatrice di un fibroma rimosso, o una banale cicatrice sul braccio, o un seno non simmetrico e non pieno, per non parlare di smagliature o, più in generale, di un corpo che non è mai piaciuto a chi lo indossa ogni giorno?
Per me è stato un onore immenso poterle ritrarre così, senza filtri e senza paure.
Riguardando le foto tutte insieme, mi sento pienamente soddisfatta.

5.
AT: In generale, quanto c’è della tua vita privata nei tuoi scatti?

ER: Questa domanda non è facile. Nessuno me l’aveva mai posta prima, nemmeno io ci avevo mai pensato.
Non saprei esattamente come rispondere, quindi lo farò di getto e senza rileggere la risposta, probabilmente.

Non so bene cosa metto della mia vita privata nei miei scatti.
Forse la curiosità e la necessità di conoscere la verità, andando sempre più a fondo rispetto alla semplice superficie.

Mi piace moltissimo osservare le persone, cercare le loro peculiarità e immaginarmi che storia potrebbero raccontare per me, attraverso le foto che ho intenzione di fare e la “parte” che interpreteranno quando poseranno per me.
Qualcuno mi ha detto che la macchina fotografica è la mia “arma” perché dietro di essa mi sento al sicuro e dimostro sicurezza in ciò che sto facendo, visto che nella mia vita non è quasi mai stato così. Mille dubbi mi hanno sempre gravitato intorno, partendo dall’incertezza del mio corpo e arrivando a cose ben più semplici, sempre preoccupandomi fin troppo del giudizio altrui.
Con la fotografia sto abbandonando, almeno un po’, questo aspetto di me. Non tanto perché molte persone che incontro sembrano apprezzare i miei scatti, quanto perché io apprezzo il mio lavoro.
Malgrado ci sia ancora moltissimo da imparare, continuo a migliorare ad ogni sbaglio commesso, ad ogni mio errore…

Forse è proprio questo che metto nei miei scatti: la mia voglia di rivalsa e la necessità di mostrarci così come siamo, senza stereotipi e tabù.

ph Elisabetta Roncoroni

6.
AT: Infine, hai qualche nuovo progetto che vuoi condividere con noi?

ER: A breve avrò la possibilità di ritrarre alcune donne che partecipano ad un corso di italiano per donne straniere presso il Comune di Sarcedo. Poi ci sarà una mostra, ma non posso svelare di più.
Ovviamente continuerò a ritrarre le donne nella loro bellezza e nelle loro imperfezioni… e poi chi lo sa?


Elisabetta Roncoroni: ritratto

Ritratto di Elisabetta Roncoroni

Identikit dell’artista

Elisabetta Roncoroni, 1994 Thiene (VI), fotografa

Visita il sito web dell’artista.

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